Condannato per vendere bottiglie d’acqua esposte al sole (Cass., III Sez. Pen. Sent. n. 39037/18)

La Sentenza della Cassazione, III Sez. Pen., n. 39037/2018 decide sul caso di un uomo condannato per il reato ex art. 5 L. 283/1982 per aver detenuto in cattive condizioni, ai fini della vendita, più confezioni d’acqua collocate in una posizione direttamente esposta al sole.
Secondo quanto sostenuto dalla difesa non sussisteva alcuna cattiva conservazione dell’acqua poiché la stessa sarebbe stata esposta alla luce del sole soltanto per il tempo necessario per riporla nel deposito, che si trovava in un luogo differente rispetto al punto vendita.
La Cassazione però ha chiarito che il reato si configura allorquando si accerti che le concrete modalità della condotta siano idonee a determinare il pericolo di un danno o deterioramento dell’alimento, senza che rilevi a tal fine la produzione di un danno alla salute.
Tale stato può essere accertato senza necessità di specifiche analisi di laboratorio, ma sulla base di dati obiettivi, come ad esempio il verbale ispettivo, la documentazione fotografica, o mediante la prova testimoniale.
L’acqua è un prodotto alimentare vivo e come tale è soggetta a subire modificazioni allorché è isolata dal suo ambiente naturale e forzata all’interno di contenitori stagni che impediscono i normali interscambi che avvengono fra l’acqua, l’aria, la luce e le altre forme di energia e che modificano le relazioni che in natura l’acqua conosce allorché viene sottoposta ad aumento di temperatura o ad esposizione continua ai raggi del sole.
Ai sensi dell’articolo 5 della Legge n. 283/1982 è vietato impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari: a) private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali; b) in cattivo stato di conservazione; c) con cariche microbiche superiori ai limiti che saranno stabiliti dal regolamento di esecuzione o da ordinanze ministeriali; d) insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione; [abrogato…]; g) con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanità o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego. I decreti di autorizzazione sono soggetti a revisioni annuali; h) che contengano residui di prodotti, usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l’uomo. Il Ministro per la sanità, con propria ordinanza, stabilisce per ciascun prodotto, autorizzato all’impiego per tali scopi, i limiti di tolleranza e l’intervallo per tali scopi, i limiti di tolleranza e l’intervallo minimo che deve intercorrere tra l’ultimo trattamento e la raccolta e, per le sostanze alimentari immagazzinate tra l’ultimo trattamento e l’immissione al consumo.

Se c’è una nuova convivenza termina il mantenimento (Cass., VI Sez. Civ., Sent. n. 406/19)

La Cassazione con la Sentenza n. 406 del 2019 ha stabilito che una convivenza stabile e duratura fa venir meno l’assegno di mantenimento dell’ex coniuge.
Richiamando dei precedenti sulla materia, le Sentenze n. 6855 del 2015 e la n. 2466 del 2016, la Cassazione ha ribadito che l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, anche di fatto, rescinde ogni connessione con il modello di vita della pregressa fase matrimoniale, e fa venir meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro ex coniuge.
L’ex coniuge che voglia interrompere il versamento dell’assegno di mantenimento nei confronti dell’ex partner che convive con una nuova persona deve provare tale convivenza.
In particolare, deve dimostrare che la nuova relazione sia prolungata e stabile nel tempo e nelle modalità.
La perdita del diritto all’assegno periodico di mantenimento è permanente e non può essere revocata. Infatti, il versamento dell’assegno non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso, perché, come specifica la Sentenza, la formazione di una nuova famiglia di fatto è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole con la quale l’ex coniuge beneficiario dell’assegno assume pienamente il rischio di una cessazione del rapporto e quindi di ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l’altro coniuge.
Se in seguito l’ex coniuge beneficiario termina il secondo rapporto sentimentale, anche se non ha mai contratto un matrimonio con il secondo compagno, in ogni caso non avrà diritto al ripristino dell’assegno di mantenimento per i suddetti motivi.
La Cassazione nel caso sottoposto ha evidenziato che quando vi è la costituzione di un nuovo nucleo familiare si realizza una vera e propria discrasia tra quello che era il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio ed quello relativo al nuovo assetto fattuale.
La ricerca, la scelta ed il concreto perseguimento di un diverso assetto di vita familiare, da parte dell’ex coniuge che abbia conseguito il riconoscimento del diritto dell’assegno di mantenimento, fa scaturire un riflesso incisivo dello stesso diritto alla contribuzione periodica, facendola venir meno, non rilevando la possibilità che gli ex coniugi possano astrattamente tornare a ricomporre la propria vita a seguito di un ripensamento, perché anche in questo caso l’assegno non rivivrebbe ma tornerebbe ad operare il precedente assetto di vita caratterizzato dalla ripresa della convivenza, con conseguente impossibilità di reviviscenza del contributo che era stato a suo tempo assegnato dal Giudice.

Accedere al profilo Facebook altrui è reato (Cass. IV Sezione Penale Sent. n. 2905/19)

La Cassazione ha deciso su un caso di accesso abusivo al profilo Facebook altrui.
Nonostante i dati di accesso al profilo fossero stati comunicati in precedenza dalla moglie, la Corte ha condannato il marito per il reato di cui all’articolo 615-ter c.p. in quanto conoscere i dati d’accesso per accedere al profilo della moglie non era un’autorizzazione ad accedervi davvero.
Il marito aveva fotografato un chat della moglie con un altro uomo, ed aveva poi cambiato la password di accesso.
Si è palesata la convergenza di una serie di elementi quali: il dato incontestato riferito dalla parte lesa circa la conoscenza che il marito fosse a conoscenza dei dati di accesso al profilo; la resa dei conti mostrando alla moglie le foto della chat incriminata; la effettiva modifica della password di accesso per impedire alla moglie di collegarsi.
I Giudici confermano che il marito era stato animato da un movente di gelosia.
Secondo la Corte, la circostanza che il marito fosse a conoscenza dei dati di accesso della moglie non esclude il carattere abusivo della condotta.
Egli ha agito in contrasto con la volontà della persona offesa, senza alcuna autorizzazione in tal senso, venendo a conoscenza di conversazioni riservate ed infine estromettendo la titolare dell’account dall’accesso.

Sulla mancata impugnazione da parte del medico responsabile (Cass. IV Sez. Pen. Sent. n. 380047/18)

Con la Sentenza n. 38007 del 2018 la IV Sezione Penale della Cassazione ha stabilito che in caso di condanna del medico che non impugna poi la Sentenza, questa diventa definitiva anche nei confronti della struttura sanitaria, che ne risponderà in solido col medico in qualità di responsabile civile.
Il caso di specie riguardava un fatto colposo commissivo ben determinato, avendo il medico iniettato il liquido di contrasto propedeutico all’esecuzione di una TAC senza osservare specifiche cautele e raccomandazioni, al cui rispetto era stato espressamente invitato ad attenersi.
La mancata impugnazione ha reso irrevocabile la Sentenza, non più suscettibile di modifica ai sensi dell’art. 561 bis c.p.
Il ricorso si palesa inammissibile in quanto investe la statuizione di condanna penale dell’imputato che, riconosciuto colpevole del delitto di lesioni personali gravi, non ha proposto impugnazione, rendendo pertanto irrevocabile la suddetta statuizione nei propri confronti, così da ritenersi non più suscettibile di modifica.
Nel caso in specie, secondo la Cassazione, premesso che l’imputato ha omesso di impugnare la condanna ed essa ha assunto definitività ai fini penali, ai fini civili l’interesse del responsabile civile ad ottenere una formula di proscioglimento dell’imputato ai sensi dell’art. 131 bis c.p. risulta impedito dagli effetti riconosciuti dal Legislatore alla suddetta statuizione, laddove ai sensi dell’art. 561 bis c.p. essa ha effetto di giudicato nel giudizio civile quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e alla affermazione che l’imputato lo ha commesso, precludendo anche sotto questo versante alcun vantaggio alla posizione del responsabile civile in ipotesi di accoglimento della doglianza proposta.
La Cassazione nella Sentenza aggiunge altresì che in riferimento alla mancata verifica del rispetto delle linee guida per gli effetti di cui all’art.590 sexies c.p. a seguito delle modifiche introdotte dalla novella sulla riforma della responsabilità del sanitario, a prescindere dalla palese genericità dell’assunto e dell’assenza di qualsiasi riferimento alla esistenza di linee guida in materia di accertamenti diagnostici quali la TAC, il Giudice di Appello ha escluso la riconducibilità dei profili di colpa ascritti al sanitario al novero della imperizia, in presenza di errore occorso non già in sede esecutiva, ma nella individuazione e nella scelta dell’arto del paziente sul quale praticare il trattamento, indicando una colpa cosciente evidentemente da ascriversi al campo della negligenza.

Le Sezioni Unite sull’assegno divorzile (Sentenza n. 18287/18)

Le SS.UU. della Cassazione hanno dettato i nuovi criteri per determinare l’assegno di divorzio.
Secondo la Sentenza n. 18287/2018 bisogna far riferimento a quanto disposto dall’articolo 5, comma 6, Legge n. 898/1970, procedendo ad un rigoroso accertamento probatorio su ciò che ha creato la disparità delle condizioni economico-patrimoniali tra le parti.
Secondo l’art. 5 L. 898/1970 con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.
La sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. Il Tribunale può, in caso di palese iniquità, escludere la previsione con motivata decisione.
Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico.
Nel caso di specie, la Corte di Appello aveva negato l’assegno all’ex moglie in quanto costei non si trovava in condizioni di necessità economica, avendo uno stipendio superiore alla media ed un patrimonio immobiliare, precisando che l’assegno divorzile deve tenere conto delle condizioni del tenore di vita.
L’art. 5 innanzi citato attribuisce all’assegno di divorzio una funzione assistenziale.
L’ex coniuge ne ha diritto quando non abbia mezzi adeguati e non sia in condizione di procurarseli.
Il parametro di adeguatezza è relativo ma deve essere sottoposto ad una valutazione concreta ed effettiva dei mezzi a disposizione della persona.
Per il Legislatore bisogna accertare lo stato patrimoniale dell’ex coniuge mediante la produzione di documenti fiscali dei redditi delle parti.
Il criterio di scelta ha, secondo la Cassazione, natura composita e quindi elastica, al fine di adeguarsi alle numerose fattispecie concrete.

Risarcimento se il fotografo perde le foto del matrimonio (Cass. Sez. III Civ. Sent. n. 13370/18)

La Cassazione, Sez. III Civ., con la Sentenza n. 13370/2018 ha deciso che spetta il risarcimento del danno ai coniugi che si trovano senza il servizio fotografico del matrimonio per responsabilità del fotografo.
Il Tribunale aveva previsto nella propria decisione il risarcimento del danno morale sulla base del fatto che la mancanza delle fotografie avrebbe cancellato ogni possibile ricordo del giorno del matrimonio, incidendo sull’aspetto emotivo dei due coniugi.
In Corte di Appello, invece, si stabilì che non spettava il risarcimento per il danno morale, non essendoci un reale pregiudizio.
La Cassazione si è allineata alla decisione della Corte di Appello stabilendo che può essere risarcito il danno patrimoniale, ma non anche l’aspetto morale del danno, in quanto esso sarebbe un diritto immaginario e non concretamente dimostrabile.
In tal senso, la Cassazione si rifà alla Sentenza delle SS. UU. n. 26972/2008 che considerano tale fatto come non idoneo ad essere fonte di un obbligo risarcitorio dal punto di vista del danno morale.
Infatti non si potrebbe parlare di lesione del diritto al ricordo se essa non venga poi dimostrata.
Il danno non patrimoniale è risarcibile nelle sole ipotesi previste dalla legge, o quando sia stato leso un diritto della persona Costituzionalmente tutelato, sia che derivi dalla commissione di un fatto illecito sia che derivi da fonte contrattuale.
Il danno inoltre non deve essere futile, cioè non deve consistere in un mero fastidio o disagio, e deve superare la soglia della tollerabilità media.
Nel caso di specie, il diritto a ricordare il giorno del matrimonio attraverso materiale fotografico non costituisce di per sé un diritto fondamentale della persona tutelato a livello Costituzionale, essendo un diritto rimesso esclusivamente agli sposi.
La Cassazione lo definisce un “diritto immaginario” non idoneo a fondare un risarcimento.
La sola frustrazione dell’interesse degli sposi ad ottenere il materiale fotografico non sarebbe quindi sufficiente a far sì che costoro si vedano riconosciuta una pretesa risarcitoria, i mancanza di un pregiudizio concreto riconosciuto dalla legge.

Non incide sull’addebito il tradimento post-crisi matrimoniale (Cass. Sez. VI civ., Ord. n. 1715/19)

In un procedimento per separazione, il Tribunale disponeva l’affidamento esclusivo del figlio della coppia alla moglie, ponendo a carico del marito un assegno mensile per il mantenimento di moglie e figlio.
Il Tribunale respingeva la domanda di addebito del marito nei confronti della ex moglie per violazione del dovere di fedeltà coniugale.
La Corte d’Appello confermava la decisione del Tribunale circa l’addebito, ritenendo inesistente il nesso causale tra la separazione e la relazione extraconiugale della moglie intercorsa quando già il legame affettivo e la convivenza fra i coniugi erano entrati irreversibilmente in crisi.
In Cassazione il marito denuncia la mancata ammissione della prova testimoniale che avrebbe dimostrato la vera causa della crisi coniugale e la sua addebitabilità alla moglie.
La Cassazione con l’ordinanza del 23 gennaio 2019 n. 1715 ha dichiarato il ricorso inammissibile.
Correttamente secondo la Cassazione si è ritenuto che la crisi del matrimonio era da addebitare a un’incompatibilità caratteriale dei coniugi che nel tempo ha reso irreversibile la rottura del rapporto.
Tale valutazione di merito, che non è sindacabile nel giudizio di legittimità, è comunque coerente con la giurisprudenza di legittimità, secondo cui la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto rende irrilevante la successiva violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale ai fini della dichiarazione di addebito della separazione.
La conflittualità fra i coniugi non può essere, di per sé, causa di esclusione dell’affidamento condiviso, in quanto tale affidamento rappresenta il regime ordinario che non è impedito dall’esistenza di una conflittualità tra i coniugi.
Si può escludere tale regime se sia pregiudizievole per l’interesse del minore e per la sua crescita.

Il danno da occupazione di cortile condominiale (Cass. Sez. II civ., Ord. n. 30472/18)

In caso di occupazione senza titolo di un bene condominiale come il cortile, il danneggiato che agisce per il risarcimento è onerato della prova del pregiudizio sofferto.
Così si è espressa la Cassazione con l’Ordinanza del 23 novembre 2018 n. 30472.
Il proprietario di un appartamento in un Condominio pretendeva riconoscersi il proprio diritto sull’area esterna di cortile che il convenuto sosteneva invece essere di sua proprietà e sulla quale aveva collocato oggetti.
La Corte d’Appello aveva riconosciuto la natura condominiale dell’area e l’illegittimità della condotta del convenuto.
L’occupazione senza titolo si ha quando un bene sia posseduto senza titolo giustificativo.
La Cassazione, con l’ordinanza in commento, sostiene che la tesi del danno in re ipsa non prescinde dall’accertamento della lesione.
Dunque si deve accertare quale impiego avrebbe avuto il bene se non fosse stato abusivamente occupato.
Grava sul danneggiato l’onere della prova del pregiudizio economico sofferto a causa della lesione del suo diritto sul bene occupato.
Il danno che si deve risarcire in ogni caso non coincide con il fatto lesivo, cioè con l’evento.
Il danno conseguenza deve essere provato ai fini della risarcibilità.
L’allegazione da parte del danneggiato di determinate caratteristiche materiali e specifiche qualità giuridiche del bene immobile, consentono di pervenire alla prova, fondata su una ragionevole certezza, la cui rispondenza logica deve essere verificata alla stregua del criterio che quel tipo di bene immobile sarebbe stato destinato ad un impiego fruttifero.
La prova del danno-conseguenza di cui è onerato il danneggiato si risolve nella diversa specificità delle fattispecie concrete esaminate, avuto riguardo alle peculiari circostanze addotte dal danneggiato in relazione alle caratteristiche del bene immobile, alle qualità soggettive del titolare dello stesso, oltre che ad altre rilevanti circostanze fattuali, elementi che consentono di pervenire all’accertamento del probabile impiego che del bene avrebbe fatto il legittimo titolare.

Aspetto architettonico e decoro di sopraelevazioni (Cass., Sez. VI Civ., Ord. n. 22156/18)

La Corte di Cassazione, Sez. VI Civile, con l’Ordinanza del 12 settembre 2018 n. 22156 spiega la differenza tra il concetto relativo all’aspetto architettonico e quello relativo al decoro architettonico.
In un Condominio, il proprietario dell’ultimo piano ha il diritto di sopraelevare l’edificio ma deve rispettare quanto previsto dall’art. 1127 c.c. per il limite dell’aspetto architettonico del fabbricato.
Per il decoro architettonico invece si fa riferimento all’art. 1122 c.c.
Con l’unico motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1120,1122 e 1127 c.c., nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c., per non aver valutato fatti pacifici e prove e per omesso esame di un fatto decisivo e provato.
La violazione dell’art. 1122 c.c. viene argomentata con l’assenza di ogni pregiudizio alla statica dell’edificio, ovvero di danno allo stesso.
La parte ricorrente critica altresì il riferimento alla nozione di decoro architettonico, non operando nel caso in esame la disciplina dell’art. 1120 c.c.. Si sottolinea quindi la situazione di degrado del decoro del fabbricato per preesistenti modificazioni.
L’art. 1127 c.c. secondo la Cassazione sottopone il diritto di sopraelevazione del proprietario dell’ultimo piano dell’edificio ai limiti dettati dalle condizioni statiche dell’edificio che non la consentono, ovvero dall’aspetto architettonico dell’edificio stesso, oppure dalla conseguente notevole diminuzione di aria e luce per i piani sottostanti.
L’aspetto architettonico è una nozione diversa da quella di decoro architettonico, contemplata dall’art. 1120 c.c., comma 4, art. 1122 c.c., comma 1, e art. 1122-bis c.c., dovendo l’intervento edificatorio in sopraelevazione comunque rispettare lo stile del fabbricato e non rappresentare una rilevante disarmonia in rapporto al preesistente complesso, tale da pregiudicarne l’originaria fisionomia ed alterare le linee impresse dal progettista, in modo percepibile da qualunque osservatore.
Il giudizio relativo all’impatto della sopraelevazione sull’aspetto architettonico dell’edificio va condotto in base alle caratteristiche stilistiche percepibili dell’immobile condominiale e verificando l’esistenza di un danno economico valutabile.
D’altro canto, la Corte in passato ha anche affermato che le nozioni di aspetto architettonico ex art. 1127 c.c. e di decoro architettonico ex art. 1120 c.c., pur differenti, sono complementari e non possono prescindere l’una dall’altra, sicché anche l’intervento edificatorio in sopraelevazione deve rispettare lo stile del fabbricato, senza recare una rilevante disarmonia al complesso preesistente, sì da pregiudicarne l’originaria fisionomia ed alterarne le linee impresse dal progettista (Cass. Sez. 6 – 2, 25/08/2016, n. 17350).
Perché rilevi la tutela dell’aspetto architettonico di un fabbricato non occorre che l’edificio abbia un particolare pregio artistico, ma che sia dotato di una propria fisionomia.

Occupazione di immobile senza titolo non è danno in re ipsa (Cass. sez. III Civ., Sent. n. 13071/18)

La Cassazione, Sez. III Civile, con la Sentenza del 25 maggio 2018 n. 13071 risponde al quesito se l’occupazione abusiva di immobile sia un danno in re ipsa per il proprietario.
Il danno in re ipsa prevede che non sia richiesta la prova del danno, poiché il fatto di per sé è considerato un danno.
Nel ricorso per Cassazione avverso la Sentenza di Appello, la parte ricorrente lamentava la violazione/falsa applicazione degli artt. 2043 e 2056 c.c. in relazione agli artt. 1223, 1226 e 2697 c.c.
La ricorrente sosteneva che erroneamente si era ritenuta la sussistenza del danno in re ipsa, determinato dalla perdita di disponibilità del bene da parte del proprietario e dalla conseguente impossibilità per costui di conseguire l’utilità potenzialmente ricavabile in seguito a locazione o vendita.
Sul punto, la Cassazione ha affermato che, se per un orientamento la sovrapponibilità del danno-evento con il danno-conseguenza permane per alcune fattispecie di risarcimento danni, dall’altro lato va ricordato lo sbarramento delle Sezioni Unite Sent. n. 26972 dell’11 novembre 2008.
Si stabiliva che ciò che rileva ai fini risarcitori è il danno-conseguenza, che deve essere allegato e provato.
Le Sezioni Unite spiegavano che il danno-evento non può essere incluso nella categoria del c.d. danno in re ipsa, poiché snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma solo di un potenziale evento lesivo.
Quindi, se non è provata la concreta intenzione del proprietario di mettere a frutto l’immobile, non vi può essere risarcimento.
Ben può accadere infatti che il proprietario decida liberamente di non locare il proprio immobile e di non trarne profitti.