Danni morali quando il medico è responsabile della nascita indesiderata (Cass. Civ., sez. III, Sent. n. 19151/18)

Il Tribunale di primo grado giudicava il medico curante della attrice e la struttura sanitaria in cui esercitava la professione di ginecologo, solidalmente responsabili per il danno morale, biologico e patrimoniale causato dalla nascita, non desiderata, di una bimba affetta da sindrome di Down, dopo che il medico si era rifiutato di svolgere esami e test prenatali sulla gestante.
La Corte d’Appello riformava la Sentenza e accertava in misura minore il danno biologico e patrimoniale conseguente; inoltre negava la sussistenza del danno morale. Pertanto la signora ricorre in Cassazione.
Nella decisione impugnata si rileva che la volontà abortiva è desumibile dalle insistenti richieste della gestante di effettuare una diagnosi prenatale, rifiutate dal medico curante.
Sul punto la Cassazione richiama il principio in base al quale, in tema di responsabilità medica da nascita indesiderata, il genitore che agisce per il risarcimento ha l’onere di provare che la madre avrebbe esercitato la facoltà d’interrompere la gravidanza ove fosse stata tempestivamente informata dell’anomalia fetale; quest’onere può essere assolto tramite praesumptio desumibili dagli elementi di prova, gravando sul medico la prova contraria.
In tema di risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla lesione di interessi costituzionalmente protetti, il Giudice di merito deve valutare, sul piano della prova, tanto l’aspetto interiore del danno (c.d. danno morale), quanto il suo impatto modificativo con la vita quotidiana (il danno c.d. esistenziale).
In proposito, si osserva che il danno psichico è per natura soggettivo e può acquisire una diversa dimensione a seconda del soggetto su cui incide. In materia di rapporto di causalità, in base ai principi tratti dagli artt. 40 e 41 c.p., qualora le condizioni ambientali o i fattori naturali su cui incide il comportamento imputabile all’uomo siano sufficienti a determinare l’evento di danno indipendentemente dal comportamento medesimo, l’autore dell’azione o della omissione resta sollevato da ogni responsabilità dell’evento; qualora, invece, quelle condizioni non possano dar luogo, senza l’apporto umano, all’evento di danno, l’autore del comportamento imputabile è responsabile di tutte le conseguenze da esso scaturenti.
In tal modo ai fini della configurabilità del nesso causale tra un fatto illecito ed un danno di natura psichica non è necessario che quest’ultimo si prospetti come conseguenza certa ed inequivoca dell’evento traumatico, ma è sufficiente che la derivazione causale del primo dal secondo possa affermarsi in base ad un criterio di elevata probabilità, e che non sia stato provato l’intervento di un fattore successivo tale da disconnettere la sequenza causale.
Nel caso di specie rileva sottolineare che la ricorrente è risultata menomata nella sua sfera psichica in ragione dell’evento lesivo riconducibile all’operato del medico e che tale lesione non le ha permesso di rielaborare psicologicamente la nascita indesiderata.

Se vi è malattia pregressa si riduce il quantum risarcitorio (Cass. Civ., sez. III, Sent. n. 20829/18)

La Corte d’Appello accoglieva la domanda proposta nei confronti della A.S.L. di risarcimento dei danni dal minore subiti per omissioni diagnostico-terapeutiche dei medici dell’Ospedale che assistettero al parto cesareo, non essendosi i medesimi accorti tempestivamente che era in atto un distacco di placenta, che aveva provocato la sofferenza fetale alla base della cerebropatia del neonato.
Avverso la indicata pronunzia della corte di merito la A.S.L. propone ora ricorso per Cassazione.
Si duole che la corte di merito abbia omesso l’esame delle contestazioni alla CTU, e in particolare la necessità dell’indispensabile esecuzione di un esame neuro radiografico che avrebbe aiutato a determinare la causa del difetto fisico del piccolo. Lamenta che le conclusioni della CTU non sono pertanto attendibili, e che erroneamente non è stata accolta la richiesta di rinnovo della CTU, essendo rimasta non accertata la questione di centrale rilevanza costituita dalla ignota condizione primitiva che aveva generato la malattia che aveva colpito il minore.
Va osservato che la struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente: per fatto proprio, ex art. 1218 c.c., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura, ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 c.c., ove siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui essa si avvale.
Si è al riguardo precisato che la responsabilità contrattuale della casa di cura non rimane esclusa in ragione dell’insussistenza di un rapporto contrattuale che leghi il medico alla struttura sanitaria, in tale ipotesi operando il principio dell’appropriazione o dell’avvalimento dell’opera del terzo di cui all’art. 1228 c.c., pertanto il debitore che nell’adempimento dell’obbligazione si avvalga dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro, ancorché non siano alle sue dipendenze.
La responsabilità per fatto dell’ausiliario (e del preposto) prescinde dalla sussistenza di un contratto di lavoro subordinato.
La struttura sanitaria risponde direttamente di tutte le ingerenze dannose che al dipendente o al terzo preposto (medico), della cui opera comunque si è avvalso, sono state rese possibili dalla posizione conferitagli rispetto al creditore/danneggiato, e cioè dei danni che ha potuto arrecare in ragione di quel particolare contatto cui è risultato esposto nei suoi confronti il creditore (nel caso, il feto/neonato).
La struttura sanitaria è infatti direttamente responsabile allorquando l’evento dannoso risulti come nella specie da ascriversi alla condotta colposa posta in essere (quand’anche a sua insaputa) dal medico, della cui attività essa si è comunque avvalsa per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale.
Va posto in rilievo che nell’impugnata Sentenza viene dato in effetti atto come dalla C.T.U. disposta ed espletata in sede di gravame sia emerso che vi è stata carenza diagnostica rispetto alla evoluzione della gravidanza: in particolare, le ecografie seriate effettuate non hanno mai refertato la circonferenza addominale, parametro di facile misura e considerato standard per porre prima il sospetto e poi formulare diagnosi di difetto di accrescimento fetale; carenza che ha impedito di diagnosticare tempestivamente quel ritardo di accrescimento che si è poi dimostrato alla nascita.
Orbene, la Cassazione ha avuto modo di porre in rilievo che quando un pregresso stato morboso del paziente/danneggiato venga individuato quale antecedente privo di interdipendenza funzionale con l’accertata condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione dell’unica e complessiva situazione patologica riscontrata, non può ad esso attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra tale condotta e l’evento dannoso, appartenendo ad una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui quest’ultima si inserisce.
Ad esso può assegnarsi rilevanza unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, e conseguentemente pervenirsi sulla base di una valutazione da effettuarsi, in difetto di qualsiasi automatismo riduttivo, con ragionevole e prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto alla delimitazione del quantum del risarcimento dovuto dal responsabile.

Responsabilità nell’intervento in equipe per errore del collega (Cass. Pen., sez. IV, sent. 04/09/2018 n° 39733)

Al medico in cooperazione colposa con il primo operatore si contesta, nella sua qualità di secondo operatore, di avere provocato al paziente lesioni gravissime; ciò in quanto nel corso di intervento veniva erroneamente realizzata una asportazione del rene.
Il Collegio ha sottolineato che il profilo di colpa che si rinviene nella condotta dell’imputato è qualificabile come negligenza per difetto di attenzione.
Avverso la richiamata sentenza della Corte di Appello veniva proposto ricorso per Cassazione.
La Cassazione chiarisce che, in tema di colpa professionale, in caso di intervento chirurgico in equipe, il principio per cui ogni sanitario è tenuto a vigilare sulla correttezza dell’attività altrui, se del caso ponendo rimedio ad errori che siano evidenti e non settoriali, rilevabili ed emendabili con l’ausilio delle comuni conoscenza scientifiche del professionista medio, non opera in relazione alle fasi dell’intervento in cui i ruoli e i compiti di ciascun operatore sono nettamente distinti, dovendo trovare applicazione il diverso principio dell’affidamento per cui può rispondere dell’errore o dell’omissione solo colui che abbia in quel momento la direzione dell’intervento o che abbia commesso un errore riferibile alla sua specifica competenza medica, non potendosi trasformare l’onere di vigilanza in un obbligo generalizzato di costante raccomandazione al rispetto delle regole cautelari e di invasione negli spazi di competenza altrui.
Il principio richiamato risulta coerente con l’insegnamento in base al quale l’obbligo di diligenza che grava su ciascun componente dell’equipe medica concerne non solo le specifiche mansioni a lui affidate ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui che siano evidenti e non settoriali, rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio.
Giova, altresì, ricordare che la Suprema Corte ha affermato che il medico componente della equipe chirurgica in posizione di secondo operatore che non condivide le scelte del primario adottate nel corso dell’intervento operatorio, ha l’obbligo, per esimersi da responsabilità, di manifestare espressamente il proprio dissenso.
Nel caso di specie la Corte di Appello ha premesso che la tecnica utilizzata dagli operatori rendeva dirimente il corretto uso della telecamera, trattandosi dell’unico presidio che consentiva ai medici la visione del campo operatorio.
Tanto chiarito, il Collegio ha sottolineato che il profilo di colpa che si rinviene nella condotta dell’imputato è qualificabile come negligenza, per difetto di attenzione nella visione del campo operatorio, ovvero di imperizia, per incapacità: ciò in quanto non si accorse che il primo operatore stava procedendo alla asportazione del rene.
L’aiuto chirurgo doveva essere ritenuto responsabile dell’esito infausto dell’intervento, essendo venuto meno ai doveri di diligenza o perizia nello svolgimento delle mansioni.
Conclusivamente si osserva che la causa di non punibilità introdotta dall’art. 590-sexies cod. pen., di cui la difesa lamenta la mancata applicazione da parte della Corte territoriale, non risulta applicabile al caso di specie. Da un lato, sono stati accertati a carico dell’imputato profili di colpa per negligenza esecutiva, per disattenzione nell’assolvimento dei compiti assegnati, in seno all’equipe chirurgica, evenienza di per sè ostativa all’operatività del nuovo istituto. Dall’altro, la Corte ha evidenziato che il grado della colpa doveva ritenersi elevato, circostanza che esclude del pari l’operatività della richiamata causa di non punibilità.

Responsabilità colposa del medico che non prescrive esami necessari (Cass. civ., sez. III, ord. n. 30999/18)

La condotta del medico che non ha prescritto accertamenti al paziente con sintomi generici è colposa, secondo la Cassazione, Sez. Terza Civile, Ordinanza del 30/11/2018 n. 30999.
Nel caso di specie un padre di famiglia moriva in seguito a un aneurisma cerebrale.
La moglie ed i due figli convennero innanzi al Tribunale medici e struttura sanitaria esponendo che il de cuius si rivolse al pronto soccorso dell’ospedale, dove venne visitato da due medici che non prescrissero particolari accertamenti diagnostici.
Il paziente venne colto poi da una emiparesi. Un esame TAC del cranio in seguito rivelò la rottura di un aneurisma. Il paziente veniva sottoposto ad intervento chirurgico ma decedeva a causa del pregresso ematoma intracranico.
I sanitari dell’ospedale furono imperiti e negligenti nella gestione del paziente, dal momento che non lo sottoposero tempestivamente a quegli esami che avrebbero potuto rivelare la presenza dell’aneurisma e consentire più tempestive e salvifiche cure.
Tutti i convenuti si costituirono e negarono sia la propria colpa, sia il nesso di causa tra la condotta dei sanitari e la morte del paziente.
In primo grado il Tribunale rigettò la domanda e la sentenza venne appellata dai soccombenti.
La Corte d’Appello rigettò il gravame ritenendo che non vi fu colpa nella condotta dei sanitari dell’ospedale; nemmeno esisteva un valido nesso di causa tra la condotta dei sanitari e la morte del paziente.
La sentenza veniva impugnata per Cassazione. I ricorrenti sostengono che, se l’intervento fosse stato tempestivamente eseguito, la rottura maggiore dell’aneurisma non ci sarebbe stata, e non vi sarebbe stata l’emorragia. Questo fatto non è stato preso in considerazione dalla Corte d’Appello, e presenta tutti i requisiti richiesti dall’art. 360 c.p.c. n. 5. La sentenza veniva dunque cassata con rinvio.
La motivazione della Corte di Appello, secondo la Cassazione, presenta i vizi di violazione di legge e di illogicità.
Sotto il primo profilo (violazione di legge) va ricordato come la colpa civile consista nella deviazione da una regola di condotta. La regola di condotta può consistere non soltanto in una norma giuridica, ma anche in una regola di comune prudenza o nelle cc.dd. leggi dell’arte. Stabilire se l’autore d’un illecito abbia o meno violato norme giuridiche o di comune prudenza è accertamento che va compiuto alla stregua dell’art. 1176 c.c. Nel caso di obbligazioni professionali, il secondo comma dell’art. 1176 c.c. prescrive un criterio più rigoroso. Il professionista è in colpa non solo quando tenga una condotta difforme da quella che avrebbe tenuto il bonus paterfamilias; ma anche quando abbia tenuto una condotta difforme da quella che avrebbe tenuto, al suo posto, un ideale professionista medio (preparato, zelante, efficiente).
Occorre chiedersi quale debba essere la condotta del sanitario medio dinanzi a sintomi aspecifici. La risposta è che di fronte a sintomi aspecifici, potenzialmente ascrivibili a malattie diverse, o di difficile interpretazione, il medico non può acquietarsi sospendendo il giudizio ed attendendo il corso degli eventi. Deve, al contrario, o formulare una serie di alternative ipotesi diagnostiche, verificandone poi una per una la correttezza; oppure segnalare al paziente tutti i possibili significati della sintomatologia rilevata.
Tiene di conseguenza una condotta non conforme al precetto di cui all’art. 1176 c.c., comma 2, il medico che, di fronte a sintomi od indici diagnostici dei quali non è agevole intuire l’eziogenesi, non solo non compia ogni sforzo per risalire alla causa reale del sintomo, ma taccia al paziente i significati di esso.
Nel nostro caso è stata la stessa Corte d’Appello ad accertare in punto di fatto, recependo le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, che il paziente “non presentava segni o sintomi che indicassero chiaramente un evento emorragico cerebrale”. Così la Corte d’Appello è incorsa nel vizio di sussunzione della fattispecie: l’aver accertato in facto che i sintomi non erano chiari avrebbe dovuto condurre alla conclusione che i sanitari furono negligenti non avendo disposto previamente alcun accertamento specialistico.

Danno per caduta sulle scale della chiesa compete al Comune o alla Diocesi (Cass. civ., Sez. III, Ord. 28 n. 5841/19)

Il danno cagionato da un bene destinato all’attività di culto (la scalinata di una cattedrale) è imputabile all’ente ecclesiastico a cui appartiene, a meno che il danneggiato non dimostri che l’ente territoriale (Comune) goda di una detenzione o di un potere di fatto sulla res.
Nel caso di specie, nel primo grado l’attore lamentava la sussistenza di un’insidia nella rottura, non adeguatamente segnalata, di un gradino della scalinata di accesso al Duomo, a causa della quale cadeva.
Nel giudizio di primo grado si costituivano le parti convenute ossia la Diocesi e il Comune.
Il Tribunale condannava la Diocesi a risarcire i danni subiti in occasione del sinistro avvenuto sulla scalinata di accesso al Duomo di, mentre rigettava la domanda nei confronti del Comune.
In secondo grado invece era accolta la carenza di legittimazione passiva della Diocesi, in quanto non proprietaria del Duomo.
Secondo i Giudici l’attore avrebbe dovuto dare prova del fatto che la Diocesi comunque avesse una disponibilità giuridica e materiale della scala di accesso del Duomo e solo successivamente dar prova del nesso causale tra cosa in custodia e danno subito.
Inoltre le scale su cui si era verificato il sinistro non ricadevano secondo i Giudici di Appello nella proprietà del Comune, quindi era da escludersi qualsiasi responsabilità ex art. 2051 c.c. in quanto non era stata fornita alcuna prova di una disponibilità giuridica e materiale da parte del Comune della scala di accesso al Duomo.
La parte soccombente ricorre in Cassazione.
Cassazione con l’Ordinanza del 28/02/2019 n. 5841 chiarisce che il mero riferimento alla Legge n. 222/85 che disciplina la successione dei beni tra diversi enti ecclesiastici, non è idoneo a dimostrare che la Diocesi sia proprietaria o detentrice di fatto del Duomo e delle sue pertinenze, posto che tale normativa contempla la possibilità di assegnazione di detti beni agli enti parrocchiali, e l’attore avrebbe dovuto comunque dimostrare in concreto il rapporto di fatto, ovvero una disponibilità giuridica e materiale, tra la convenuta in giudizio e la scalinata su cui si è verificato l’occorso, ai sensi dell’art. 2051 c.c.
La responsabilità ex articolo 2051 c.c. postula la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa, tale da consentire il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con la cosa.
Atteso che l’onere della prova sul potere di controllo del bene incombeva, sotto ogni profilo, a carico dell’attore, solo dopo tale dimostrazione avrebbe potuto discutersi del nesso causale tra fatto ed evento lesivo.
Occorre precisare che l’eventuale sussistenza di un uso pubblico della scalinata della chiesa, che potrebbe sussistere, non può di per sé porsi a fondamento della responsabilità dell’ente territoriale in termini di omessa custodia.
Pertanto, deve affermarsi il seguente principio: la responsabilità da omessa custodia di un bene destinato all’attività di culto, anche se per consuetudine asservito a un uso pubblico, grava sul proprietario del bene e non sull’ente territoriale su cui insiste il bene, a meno che non sia dimostrata una detenzione o un potere di fatto dell’ente territoriale sulla cosa, circostanza quest’ultima che la Corte di merito, nell’ambito della discrezionalità di valutazione in fatto che le è propria, ha ritenuto non essere provata dal solo rilievo che, dopo l’incidente occorso in danno del ricorrente, il dirigente del servizio comunale competente abbia rivolto all’ente ecclesiastico un invito a porre la scalinata di ingresso al Duomo in sicurezza.

Tour operator risarcisce il cliente che non parte per malattia (Cass. III Sez. Civ., Sent. n. 18047/18)

La Cassazione III Sezione Civile nella Sentenza n. 18047/2018 prevede il risarcimento per il chi è impossibilitato a partire per un viaggio che aveva già pagato.
Nel caso di specie, un cliente dopo aver acquistato un pacchetto turistico da un tour operator non era riuscito ad andare in vacanza a causa di una improvvisa malattia.
La Cassazione ha specificato che il risarcimento, pari alla restituzione del prezzo del viaggio pagato, è dovuto dal momento che per una causa di forza maggiore era subentra l’impossibilità della partenza.
Il viaggio si era reso inattuabile per causa non imputabile ai contraenti.
Secondo la Cassazione, la causa, quale interesse pratico del contratto, sintesi degli interessi che il singolo negozio è diretto a realizzare, conferisce rilevanza ai motivi.
La risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta della prestazione, con conseguente possibilità di attivare i rimedi restitutori, ai sensi dell’art. 1463 c.c. può essere invocata da entrambe le parti del rapporto obbligatorio sinallagmatico, cioè sia dalla parte la cui prestazione sia divenuta impossibile, sia quella la cui prestazione sia rimasta possibile.
La non imputabilità al debitore non restringe il campo delle ipotesi, ma consente di allargare l’applicazione della norma a tutti i casi meritevole di tutela in cui sia impossibile, per eventi imprevedibili e sopravvenuti, utilizzare la prestazione oggetto del contratto.
Ai sensi dell’art. 1463 c.c. nei contratti con prestazioni corrispettive la parte liberata per sopravvenuta impossibilità della prestazione non può chiedere la controprestazione, deve restituire quella che abbia già ricevuta secondo le norme sulla ripetizione dell’indebito.
L’art. 1463 c.c. assume una funzione di protezione in relazione alla parte impossibilitata a fruire della prestazione pattuita e ciò è funzionale in linea generale alla costruzione del sinallagma compromesso, non spostando l’ambito contrattuale della responsabilità.
Le parti contraenti nel caso di specie non hanno fruito della prestazione.
Secondo la cassazione l’azione di arricchimento ingiustificato, avendo natura sussidiaria, può essere esercitata solo quando manchi un titolo specifico sul quale fondare un diritto di credito.
Nel caso di specie le pretese della parte controricorrente si fondano sull’art. 1463 c.c. e trovano un fondamento specifico.

Responsabilità medica, il paziente deve provare la causalità (Cass civ, sez. III, Sent. n. 6593/19)

Nella Sentenza del 7/3/2019 n. 6593 la Cassazione si occupa dell’onere probatorio nell’ambito della responsabilità medica, quando si agisce per responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c.
Nel caso di specie, eseguita la C.T.U. medico-legale, il Tribunale respingeva le domande attoree, Sentenza poi confermata anche dalla Corte di Appello, secondo cui il decesso non poteva ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario, ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili.
Parte ricorrente si duole che la Corte abbia, con apparente o comunque insufficiente ed incongrua motivazione, negato il nesso causale giuridico tra l’inadempimento sanitario riconosciuto dagli stessi C.T.U. e le chances terapeutiche e chiede che la sentenza venga cassata perché valuti la percentuale di sopravvivenza, guarigione o miglioramento in caso di tempestiva e corretta gestione, anche chirurgica, delle complicanze postoperatorie, e per l’effetto riconosca e quantifichi il relativo ristoro del danno da perdita di chances terapeutiche.
Secondo la Cassazione, l’esclusione di qualsiasi profilo di condotta colposa dei sanitari dell’ospedale non consente di prendere in considerazione la possibilità di soluzioni alternative che avrebbero consentito un prolungamento e/o una migliore qualità della vita dell’attore e, quindi, della sussistenza di pregiudizi in tal senso risarcibili.
Va rimarcato che anche il danno da perdita di chances terapeutiche presuppone l’esistenza di una condotta colposa, commissiva od omissiva, che integri la causa del pregiudizio.
L’attore deve provare il nesso eziologico sia sotto il profilo della causalità materiale che della causalità giuridica.
La Cassazione ha precisato che in ambito di responsabilità medica, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione non adempiuta dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno.
La causa, così come intesa dall’art. 1218 c.c., riguarda la non imputabilità dell’impossibilità di adempiere e dunque si colloca nell’ambito delle cause estintive dell’obbligazione.

Onere della prova sul conduttore che causa danni all’immobile (Cass civ, sez. III, Ord. n. 6387/18)

Ai sensi dell’art. dall’articolo 1590 c.c., il conduttore deve risarcire i danni all’immobile alla scadenza del rapporto di locazione, dal momento che egli è tenuto a restituirlo nello stesso stato in cui lo ha ricevuto.
Grava sul conduttore l’onere di provare l’assenza di proprie responsabilità nella verificazione dei danni all’immobile.
Dunque incombe al locatore, che i danni pretende, fornire la prova del fatto costitutivo del vantato diritto (Cass., 8/3/2007, n. 5328), e cioè il deterioramento intervenuto tra il momento della consegna e quello della restituzione dell’immobile, mentre è onere del conduttore dimostrare il fatto impeditivo della sua responsabilità, cioè che il deterioramento si è verificato per uso conforme al contratto o per fatto a lui non imputabile.
Tale orientamento è confermato dalla Cassazione, Sezione III Civile, nella Ordinanza del 15/03/2018 n. 6387.
Secondo la Cassazione la pretesa risarcitoria del locatore può essere anche fondata su presunzioni, ecco perché è onere del conduttore dimostrare il fatto impeditivo, cioè che i danni non sono attribuibili alla propria responsabilità.
Qualora la presunzione venga ammessa, in assenza di prova contraria, il Giudice sarà tenuto a ritenere provato il fatto de quo.
Nel caso di specie, l’attore chiamava in causa la società conduttrice dal momento che quest’ultima aveva causato rilevanti danni all’immobile.
In primo grado la domanda veniva accolta e la società era condannata al risarcimento del danno, ma in Appello la decisione alla quale si perveniva era del tutto opposta e il risarcimento del danno veniva negato.
Pertanto avverso tale sentenza la locatrice ricorreva in Cassazione.
La Cassazione riscontrava che i Giudici di secondo grado si erano discostati senza fondati motivi dalle risultanze della C.T.U., che aveva individuato importi a titolo di decremento del valore dell’immobile, decremento derivante dai danni riscontrati dalla perizia.
Inoltre nona avevano tenuto in considerazione il principio dell’onere della prova e delle presunzioni innanzi esposto.
In riferimento alla prova per presunzioni semplici, nel dedurre un fatto ignoto da uno noto, il Giudice ha come limite il principio della probabilità.
Secondo la Cassazione il danno da lucro cessante era stato dimostrato tramite presunzioni, principio ignorato nel grado di Appello.
Quando ammessa, la presunzione, in assenza di prova contraria, impone al Giudice di ritenere provato il fatto previsto, senza consentirgli la valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c. (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).
In presenza dell’allegazione il Giudice deve quindi ritenere, sulla base della presunzione fondata essenzialmente sulla tipicità di determinati fatti alla stregua della regola di esperienza di tipo statistico, provati gli effetti che da tale fatto normalmente derivano, avendo riguardo ad una apparenza basata sul tipico decorso degli avvenimenti.

Gode dei diritti condominiali anche il proprietario del posto auto (Cass civ, sez. II, ord. n. 884/18)

Il proprietario del solo posto auto è un condomino a tutti gli effetti e non può essere escluso dall’uso e dal godimento delle parti comuni.
Il proprietario del posto auto è tenuto a provvedere a sostenere i relativi costi in ragione dei millesimi posseduti.
Tale diritto è confermato dalla Corte di Cassazione, Sez. II Civ., nell’Ordinanza del 16/01/2018 n. 884.
I proprietari di spazi destinati a posti auto compresi nel complesso condominiale possono dirsi condomini a tutti gli effetti in base ai criteri fissati dall’art. 1117 c.c.
La nozione di condominio si configura pertanto non solo nell’ipotesi di fabbricati che si estendono in senso verticale, ma anche nel caso di beni adiacenti orizzontalmente e strettamente funzionali alla vita condominiale.
La Cassazione nell’Ordinanza spiega che la disciplina del Condomini in base all’art. 1117 c.c. è ravvisabile ogni volta che vi sia un rapporto di accessorietà che lega alcune parti comuni a porzioni o unità immobiliari di proprietà singola, delle quali le prime rendono possibile l’esistenza stesso o l’uso, salvo che risulti diversamente dal titolo di acquisto.
Una volta accertato il nesso tra i posti auto scoperti e le aree comuni, l’uso di queste ultime trova regolamentazione nella disciplina del Condominio, contrassegnata dal carattere della reciprocità, sia per quanto riguarda i diritti che gli obblighi, come la partecipazione alle spese.
Tutto ciò esclude la rilevanza della disciplina in tema di servitù che presuppone, invece, fondi appartenenti a proprietari diversi, completamente separati di cui uno è al servente rispetto all’altro.
Nel caso di specie, i condomini proprietari di appartamenti chiamavano in causa i proprietari di soli posti auto, perché fosse accertata l’inesistenza in capo agli stessi di una servitù di passaggio su una certa area.
La richiesta veniva accolta in primo grado e poi respinta in Appello, in considerazione del fatto che nelle Tabelle millesimali del Condominio erano compresi anche i proprietari dei soli posti auto, che tra l’altro risultavano aver sempre partecipato alle assemblee di Condominio e pagato le relative spese di manutenzione.

Clausole limitative non trascritte nel regolamento condominiale (Cass. Civ., Sez. II, Sent. n. 6769/18)

Secondo la Cassazione Civile, Sez. II, Sentenza del 19/03/2018 n. 6769, è eccezione in senso lato quella sulla mancata trascrizione di una clausola del regolamento di Condominio riguardante i limiti alla destinazione delle proprietà esclusive, ed alla conseguente inopponibilità di tali limiti ai terzi acquirenti.
Ciò significa che tale eccezione non è subordinata alla tempestiva allegazione della parte interessata.
Nel caso di specie, un condomino chiedeva di mutare la destinazione della sua proprietà da abitazione ad albergo.
Tale mutamento era vietato dal regolamento condominiale che non accettava gli usi diversi da quelli di civile abitazione per le proprietà del Condominio, però non vi era trascrizione.
La Cassazione dunque ha specificato che è confermato l’orientamento per cui la previsione contenuta in un regolamento condominiale convenzionale comportante limiti alla destinazione delle proprietà esclusive rientra nelle servitù atipiche, di conseguenza l’opponibilità di tali limiti ai terzi acquirenti deve essere regolata dalle norme proprie delle servitù.
In assenza di trascrizione, le disposizioni del regolamento che attengono a limitare la destinazione delle proprietà esclusive valgono soltanto nei confronti del terzo acquirente che ne prenderà atto in maniera specifica nel contratto d’acquisto.
Per i giudici di merito, le convenute avevano proposto una eccezione tardiva solo in sede di conclusionale, per far valere la mancata trascrizione della clausola indicata nel regolamento di condominio ma non in apposita nota di trascrizione.
La Cassazione invece ha specificato che vi è un orientamento in SS.UU., 27/07/2005, n. 15661, secondo il quale le eccezioni in senso stretto, cioè quelle rilevabili soltanto ad istanza di parte, si identificano o in quelle per le quali la legge espressamente riservi il potere di rilevazione alla parte o in quelle in cui il fatto integratore dell’eccezione corrisponde all’esercizio di un diritto potestativo azionabile in giudizio da parte del titolare e, quindi suppone il tramite di una manifestazione di volontà della parte per svolgere l’efficacia modificativa, impeditiva od estintiva di un rapporto giuridico.
Il rilievo d’ufficio delle eccezioni in senso lato non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ed è ammissibile anche in Appello, dovendosi ritenere sufficiente che i fatti risultino documentati.